Un blog sui blog

Una ricerca su uno strumento e molto di più.

Quando i blog diventano una risorsa Marzo 18, 2008

Archiviato in: informazione — Antonella @ 10:01 am

Si era già accennato ai blog come ad una fonte di informazioni, ad esempio da paesi in cui la libertà di informare è assai limitata. Leggendo la guida distribuita da Reporter Without Borders si trovava riscontro dell’importanza che questa “forma di comunicazione” può avere anche per gli stessi giornalisti che non hanno la possibilità di accedere ai luoghi dei fatti. Un esempio su tutti viene dalla cronaca attuale con il caso birmano.

Essendo uno strumento piuttosto informale è spesso difficile trovare blog che possano esserci utili come fonti di informazione, ma sembra che lo strumento assuma sempre più una rilevanza riconosciuta. Uno dei tanti passi verso un riconoscimento ufficiale è il fatto che i blog iniziano anche ad essere rappresentati come una specifica categoria di fonti nelle banche dati.

Porto ad esempio il caso della banca dati Lexis Nexis, la quale offre appunto questa possibilità.

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I blog, a cui si può accedere attraverso la banca dati, sono di giornalisti freelance selezionati come fonti attendibili.

 

Social Network pericolosi Marzo 18, 2008

Archiviato in: privacy — Antonella @ 9:14 am

Riporto ancora una volta un articolo tratto dalla sezione Tecnologia&Scienze di LaRepubblica. L’argomento in questione è il rischio di un utilizzo dannoso dei dati reperibili sugli utenti di social network, come ad esempio Facebook, specie quando si inizia ad offrire la possibilità di mettere in comune informazioni sul proprio DNA allo scopo di ricostruire il proprio albero genealogico e scoprire lontane parentele con altri utenti del network.

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Privacy, Rfid e Dna: quanti rischi
nel pantano del social networking

di PAOLO PONTONIERE

SAN FRANCISCO (California) – YouTube, MySpace, Bebo, Facebook: il numero dei social network cresce a vista d’occhio. In alcune fasce d’età la penetrazione di questi siti si approssima al 90 per cento degli utenti. E, particolarmente tra i più giovani, sono diventati una sorta di piazza elettronica. Un posto dove ci si mette in mostra creando personalità più o meno fittizie con l’intento di lasciare un marchio indelebile sull’universo digitale.

Questo per esempio significa che negli Stati Uniti oltre 12 milioni di adolescenti tra i 12 e i 17 anni – una crescita del 15 per cento rispetto all’anno scorso – passano tra le 12 e le 14 ore settimanali scambiandosi informazioni coi coetanei o costruendo e amplificando la loro personalità virtuale. Sono per l’appunto la capillarità di questi network e il tipo di informazioni che i giovani mettono online a preoccupare gli esperti della privacy. E adesso che sul social networking è arrivato anche il Dna i timori assumono una dimensione primordiale.

A rischiare di essere violati a questo punto non sono più solo i pensieri, gli scritti e le foto di una persona ma è la sua parte più intima: le sequenze di Dna che ne istruiscono la forma corporea e la funzione degli organi. Di recente infatti aziende come Ancestry.com (un sito per le ricerche genealogiche online con oltre 15 milioni di abbonati), DecodeGenetics.com e 23andme.com (creata dalla moglie di Sergey Brin, cofondatore della Google con capitali della casa di Mountain View), hanno lanciato l’idea che oltre alle preferenze multimediali di un abbonato, il social networking possa avere come momento unificante anche il Dna dei suoi utenti.

Come funziona? Presto detto. Sborsando circa 200 dollari (nel caso di 23andme.com circa 1000), e fornendo un campione della saliva a questi siti zigotici (così li hanno soprannominati in America), coloro che lo vogliano possono farsi sequenzializzare il Dna e scoprire da dove arrivano i loro antenati, quale fu il percorso che seguirono in uscita dall’Africa e dove si fermarono lungo la strada. I più avventurosi poi caricando il loro profilo genetico in aree ristrette dei vari siti riescono a confrontarlo con quello degli altri membri del network. In questa maniera possono scoprire se condividono sequenze genetiche con altre persone e nel caso di risposta positiva dove queste si trovano nel mondo. E se si scopre la corrispondenza, s’è trovata una relazione familiare. Quanto alla protezione della privacy degli abbonati, i nomi di quelli nati negli ultimi 100 anni non vengono mai pubblicati. Per ottenerli bisogna contattare gli amministratori del sito. E’ sufficiente?

Tutte caratterizzate da una propria visione del futuro del social networking di stampo genetico, le ditte in questione sono convinte della possibilità che nel futuro questo tipo di ricerca possa diventare un elemento di costume diffuso a livello di massa. Secondo dati rilasciati dal Pew Internet and American Life Project, al momento oltre un quarto degli utenti internet (un centinaio di milioni di persone solo in America settentrionale) conduce ricerche genealogiche sul web e un numero crescente sta cominciando ad usare il na per reperire informazioni introvabili in altra maniera. Questo è il caso per esempio degli afro-americani che a causa dello schiavismo hanno difficoltà a risalire alle loro origini. Il Dna è utile anche nel caso dei profughi dell’Europa dell’est, degli ebrei e degli armeni. “Tutti quelli che hanno aree d’ombra nella storia familiare, quindi una buona parte degli esseri viventi contemporaneamente, finiranno con l’usare questo metodo”, ha dichiarato Dick Eastman, esperto di genealogia in linea.

Non deve sorprendere quindi che, alla luce di questi dati, il dibattito sulla sulla sicurezza delle informazioni pubblicate dai network sociali stia generando una valanga di stampa. Di recente sono per esempio emerse preoccupazioni sulla possibilità che i vari software possano essere coniugati con qualche nuovo stratagemma tecnologico ed impiegati per controllare i movimenti delle persone.

In questo senso per esempio si sviluppa una ricerca condotta dall’Università di Washington dove un gruppo di ricercatori del Paul Allen Center for Computer Science and Engineering sta usando il social networking e le RFID, le radio frequency identification tag (etichette elettroniche che possono essere identificate via radio) per creare internet delle cose, o per meglio dire internet in cui una persona è in costante collegamento elettronico con l’ambiente che la circonda e gli oggetti che possiede. E mentre rende sicuramente più facile il ritrovamento degli oggetti smarriti, rende pure possibile che le stesse etichette – leggibili senza l’autorizzazione del loro proprietario – possano essere usate per scoprire dove si trovi una persona in qualsiasi momento della giornata.

“Il nostro obiettivo è ovviamente quello di capire che tipi di vantaggi ci può offrire questo tipo di tecnologia”, ha dichiarato Magda Balazinska, leader del progetto, “ma allo stesso tempo anche quello di capire come facciamo a proteggere la privacy della gente”. E così i ricercatori hanno evitato di piazzare sensori RFID nelle vicinanze dei bagni publici e delle mense, aree ritenute generalmente private.

L’altro aspetto è quello dell’abbassamento della soglia di sensibilità etica e morale degli utenti dei social network, un fenomeno questo particolarmente evidente tra i più giovani. “E’ innegabile che l’uso dei social networks stia cambiando la moralità tra i giovani acuendone il grado di elasticità”, ha affermato di recente Parry Aftab, avvocato esperta di sicurezza internet. E infatti, secondo ricerche condotte dal Quad City Time, la stragrande maggioranza degli adolescenti pensa che sia lecito creare una personalità fittizia per navigare il web, e la quasi totalità non esita a mentire sulla propria identità quando discute online con altre persone. Ma questa misura, quando presa con l’intento di proteggere la propria privacy, non basta certamente a schermare l’adolescente – e la sua famiglia – dai problemi che possono emergere da un uso malaccorto del social networking.

Negli Stati Uniti un numero crescente di genitori sta perdendo il lavoro o finendo addirittura in carcere a seguito di rivelazioni fatte dai loro figli sui vari siti sociali. “E’ un problema crescente gli adolescenti in generale non se ne rendono nemmeno conto”, aggiunge la Aftab: “Ho rappresentato un sacco di gente che è finita nei guai a causa di quello che i figli hanno publicato sul loro profilo pubblico. I giovani non capiscono che tutto quello che mettono online diventa indistruttibile e può essere visto da chiunque in un qualsiasi momento. Il mio suggerimento è che se si tratta di cose che i genitori, i presidi o i pedofili non possono vedere allora è meglio non metterle sul web”.

Un suggerimento questo che gli adolescenti non seguono certamente alla lettera. Secondo dati resi noti dal Pew Internet & American Life Project negli USA il 65 per cento dei giovani che usano il social networking sono convinti che una persona determinata può rintracciarli con relativa facilità e sebbene i vari siti adesso offrano tutti la possibilità di restringere l’accesso al proprio profilo, solo il 66 per cento blocca l’accesso agli estranei. Una scelta non tanto saggia quando si pubblicano commenti del tipo: “Devo vivere con quella scocciatrice di mia madre e quel drogato di mio padre, e sono ambedue alcolizzati”.

Sono proprio posting come questi che vengono usati da investigatori come il sergente Corey MacDonald, esperto di sicurezza internet della Portsmouth High School per individuare i giovani che rischiano di mettersi nei guai. “Ci si impiega poco tempo a circoscrivere l’area geografica dalla quale viene il posting e poi individuare la persona con l’aiuto di uno dei tanti motori di ricerca è cosa fatta”, afferma MacDonald. Uno di questi motori è per esempio bigulo.com, che può essere usato per trovare l’indirizzo di qualsiasi utente di bebo.

Così intere scuole adessso proibiscono ai loro studenti di abbonarsi a qualsiasi social network usando un computer o una posta elettronica scolastica. In altre la proibizione si estende ai blog e alla pubblicazione di informazioni personali sul network scolastico. Ma non solo. Le università e i datori di lavoro stanno controllando sui social network per vedere se uno studente ha mai scritto cose di cui si debba vergognare. In alcuni casi interi gruppi di atleti sono stati squalificati da competizioni sportive dopo aver pubblicato messaggi o foto inappropriate su uno dei vari social network.

Anche gli stessi network cercano di affrontare il problema. MySpace, per esempio, lo fa lanciando campagne per la sicurezza online degli adolescenti. E malgrado queste misure siano d’aiuto, esperti di sicurezza come Aftab e MacDonald sostengono che per una prevenzione efficace è il coinvolgimento dei genitori che produce i risultati migliori. “I genitori si dovrebbero andare regolarmente sui siti dei loro figli per controllare che non sia stato pubblicato niente di rischioso o sconveniente”, conclude la Aftab.

(14 marzo 2008)

 

Cyberdissidenza Marzo 14, 2008

Archiviato in: informazione — Antonella @ 1:32 pm

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E’ comparso un articolo interessante su LaRepubblica di oggi, riporto il testo integrale.

Contro ogni censura su internet
Guida per blogger dissidenti

di Cristina Nadotti

ROMA – I blog sono una fonte di informazione preziosa e proteggerli dalla censura è essenziale per garantire la libertà di espressione e la circolazione di testimonianze da Paesi in cui non c’è libertà di stampa. È a partire da questa convinzione che Reporters sans frontières, associazione di giornalisti che in tutto il mondo si batte per difendere i diritti dei cronisti perseguitati e per la libertà di stampa, ha pubblicato la Guida pratica del blogger e del cyberdissidente, un manuale che spiega come creare un blog, aggiornarlo e soprattutto fare in modo che non cada sotto la scure della censura. Il testo è stato pubblicizzato il 12 marzo, in occasione della Giornata internazionale contro la cybercensura.

Una rete sempre meno libera. Nel 2007, Reporters sans frontières ha registrato nel mondo più di 2600 casi di censura su siti Internet. In carcere, in Cina, ci sono al momento 64 persone, colpevoli solo di aver esercitato il loro diritto alla libertà di espressione sul web. Nella Guida pratica un capitolo indica i Paesi in cui la censura è più forte: la Cina resta la nazione dove i cyberdissidenti subiscono più arresti e persecuzioni, il Vietnam imprigiona meno persone ma restringe in modo severissimo l’accesso a Internet. Il caso dell’Iran è indicativo: a fronte di una censura molto ampia, la circolazione di informazioni è però continua e ha dato spazio soprattutto all’espressione del malcontento delle donne. È noto infine il ruolo avuto da Internet e dai blogger nel denunciare la repressione delle proteste in Birmania nell’estate del 2007. Il manuale di Reporters sans frontières cita infine anche i grandi motori di ricerca, Yahoo e Google su tutti, che pur di assicurarsi una penetrazione economica in Paesi emergenti non hanno esitato a fornire ai governi informazioni sui cyberdissidenti per far chiudere siti e blog.

Una guida pratica. Clothilde Le Coz, responsabile Internet di Reporters sans frontières, mette l’accento sull’importanza di diffondere la guida: “Più il manuale verrà linkato su siti e blog, più avrà possibilità di arrivare a chi ne ha maggiore bisogno. Lo scopo della nostra pubblicazione è di porre l’accento sulla censura, ma anche di dare un aiuto concreto a quanti ogni giorno vogliono dare testimonianze su quanto accade nei loro Paesi e non possono farlo. È importante più che mai, in un momento in cui c’è un attacco forte alla libertà sulla rete, che si scriva tutto quel che si vuole e che tali messaggi arrivino a più persone possibile. Dobbiamo essere prima di tutto noi, giornalisti di nazioni in cui c’è libertà di stampa, a denunciare la censura e poi dobbiamo aiutare i nostri colleghi a eluderla”.

Il ruolo del blogger e la sua etica. Non sempre il giornalista e il blogger sono la stessa persona: “Il blog è spesso uno strumento in più del giornalista o una fonte in più a sua disposizione – dice Clothilde Le Coz – è una testimonianza da un luogo in cui non ci si trova di persona. Per questo sono fondamentali un’etica del blog e l’abilità nel rendere il proprio blog visibile”. La Guida pratica del blogger e del cyberdissidente dedica capitoli agli strumenti da utilizzare per essere inseriti nei motori di ricerca in buona posizione e per essere eticamente affidabili. Dan Gillmore, direttore della scuola di giornalismo e nuova comunicazione dell’Universita americana dell’Arizona, ha curato la parte del manuale in cui si parla appunto di etica. Completezza, accuratezza, lealtà, trasparenza e indipendenza sono per lui i pilastri del buon giornalismo e dovrebbero essere questi principî a ispirare anche i bloggers, almeno quelli che intendono con la loro testimonianza aiutare l’informazione. “Sappiamo tutti che sulla rete c’è un sacco di robaccia – osserva la responsabile Internet di Reporters sans frontières -, ma sappiamo anche che è facile smascherare chi non gioca lealmente. Un buon blogger riceve subito l’attenzione che merita e il suo ruolo viene riconosciuto”.

Un caso pratico. La guida segue passo passo il blogger, fin dal momento in cui vuol creare il suo diario online, senza dare per scontato le sue conoscenze del funzionamento di internet. C’è un ottimo dizionario dei termini più importanti per orientarsi sul web e le linee guida per cominciare a far parte delle pagine più ricercate dei motori di ricerca. Per chi subisce una restrizione della libertà di espressione c’è l’esposizione di un caso pratico, con il quale Reporters sans frontières insegna ad usare il programma “anti-censura” TOR. Il software devìa le comunicazioni attraverso una rete distribuita di relay, gestiti da volontari in tutto il mondo e impedisce a chi osservi la connesione Internet da cui vengono inviate le informazioni di sapere quali siti si stanno visitando. Impedisce inoltre ai siti visitati di rintracciare il luogo da cui ci si connette. TOR funziona con molti programmi, come i browser web, i client per la chat, i programmi di login remoto e molte applicazioni basate sul protocollo TCP. Per chi, come un utente italiano, può digitare tranquillamente su un motore di ricerca le parole “programma anti-censura” rintracciare uno strumento come TOR non è difficile, ma per un cyberdissidente cinese o cubano l’unico modo per venire a sapere che esiste un tale software è attraverso altri siti, sui quali la censura ancora non si è imbattuta. La cosa più importante, dunque, è che il link al manuale di Reporters sans frontières arrivi, attraverso i tanti canali della rete, a chi ne ha bisogno.

 

Blog o giornale? Marzo 13, 2008

Archiviato in: informazione — Antonella @ 11:54 am

giornali

Ormai molti hanno l’abitudine di leggere i giornali direttamente on-line, evitando l’antiecologica tradizione della carta stampata anche se i contenuti che riportano i giornali on-line non sono sempre identici a quelli che poi presentano nella loro versione cartacea. Frequentando abitualmente la versione on-line di Repubblica, ho notato la presenza di due modi paralleli di fare giornalismo all’interno dello stessa istituzione-giornale: da un lato ci sono i tradizionali articoli, dall’altro ci sono link ai blog degli stessi giornalisti che scrivono sul quotidiano. Allora ho provato a controllare le altre principali testate nazionali e quasi tutte presentano uno spazio per i link a blog dei giornalisti che collaborano al giornale. Ma che rapporto c’è tra il mondo dei giornali e la blogosfera? Quotidiani e blog si possono assomigliare in qualche modo?

Negli ultimi anni si è diffuso un connubio originale tra giornalismo e blog che si può articolare in uno dei seguenti modi:

    1. giornalisti che tengono un proprio blog personale di approfondimento e di opinione (ad esempio quelli di Pino Scaccia);
    2. giornalisti che hanno un proprio blog con lo scopo di interagire con i lettori del giornale ufficiale per cui lavorano (ad esempio quello di Sabelli Fioretti);
    3. esperimenti di collaborazione tra giornalismo e utenti della rete.

      Per affrontare questo argomento è utile rifarsi a quanto scritto da Uboldi F. (in Problemi dell’informazione, a. XXIX, n. 2, giugno 2004) nel suo dossier sui blog giornalistici. In particolare, Uboldi evidenzia la tendenza di alcuni blog fatti da giornalisti a mantenere l’impostazione poco interattiva del tradizionale giornale, non sfruttando così le potenzialità di uno strumento come quello del weblog, i cui articoli sono in genere sintetici, ricchi di link e danno la possibilità agli utenti di lasciare commenti anche in forma anonima. Pur considerando che l’articolo a cui mi riferisco risale al 2004, è da riportare che l’autore segnala i blog di Repubblica.it come i più attivi e sostiene che è “l’approccio più complessivo alla dimensione del weblogging che fa di Repubblica.it l’avanguardia italiana tra i siti di informazione mainstream”, con formule nuove di informare come, ad esempio, il “blog di servizio” su uno specifico tema.

      Un connubio sperimentale tra giornalismo e weblog è quello ideato dalla CNN con la sua idea di citizen journalism , in cui gli utenti della rete possono postare direttamente su questa pagina articoli scritti direttamente da loro, il tutto senza alcuna censura a parte quella autoimposta dagli utenti stessi in casi particolari.

         

        blog e netiquette Marzo 10, 2008

        Archiviato in: privacy — mikkymouse @ 3:48 pm

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        La prima volta che lessi la parola Netiquette in un testo inglese che parlava di regole di computamento in internet, non trovai neanche il significato sul vocabolario, allora mi affidai a google e lui risolve in un clic di mouse il mio problema……. mi comparvero una miriande di siti e mi resi conto che è un argomento importante e non da sotto valutare per chi naviga in internet…….!!!!

        Netiquette è un termine che indica alcune regole di comportamento e educazione che bisognerebbe conoscere ed utilizzare quando si navigare su internet. Ne esistono di specifiche anche per chi utilizza i blog. Essendo una società virtuale ci sono regole di comportamento proprio come nella società reale in cui viviamo. E’ molto importante rispettarle,se spesso nella vita reale le cose possono essere interpretate, spiegate a voce e di persona, su internet c’è un’ostacolo in più: gli utenti non si vedono, non ci sono espressioni se non quelle scritte, manca il contatto umano. E’ quindi doveroso avere ancora più tatto, per non essere fraintesi o sembrare maleducati.

        Sono stati stilati i dieci comandamenti dell’etica dell’uso del computer. http://www.fullsix.it/netiquette/ten.html

        Questo è sicuramente un esempio di un tentativo di creare delle regole di condotta, il loro rispetto si basa sul buon senso e sulla coscienza delle persone che usano internet e i blog. I veri blogger queste regole le rispettano….!!!!!!

        Poi è anche vero che ci sono moltissimi utenti, occasionali o inesperti che non conoscono queste regole e non sanno dell’esistenza delle netiquette…..!!!!! sarebbe opportuno che affianco all’insegnamento dell’uso del PC ci fosse anche un insegnamento delle regole di comportamento perchè, volendo crederci o no, quando ci si connette in internet si entra in una società virtuale che per funzionare al meglio neccessita delle sue regole.

         

        Il ROC fa paura….!!!! Marzo 8, 2008

        Archiviato in: privacy — mikkymouse @ 12:09 pm

        normativa.jpg L’articolo 21 della Nostra Costituzione sostiene:

        “Tutti hanno diritto di manifestare liberamente il proprio pensiero con la parola, lo scritto e ogni altro mezzo di diffusione”.

        Durante la scorsa estate, precisamente nel mese di agosto, quando eravamo tutti in vacanza, Riccardo Franco Levi, Sottosegretario alla Presidenza del Consiglio, fa un disegno di legge “per la nuova discipina dell’editoria quotidiana”, in seguito approvato in data 12 ottobre 2007 dal Consiglio dei Ministri. In pratica secondo la normativa qualsiasi attività web sarà obbligata a registrarsi presso il ROC (Registro degli operatori di Comunicazione).

        Questa notizia è volata in tempo reale su tutti i blog e siti presenti in internet, suscitando non poche polemiche, tutti i bloggger erano fermamente conviti della infondatezza del disegno di legge ritenendolo uno strumento di controllo per ingabbiare la libertà di espressione in rete…….!!!!!!

        Il Ministro Gentiloni il 20 ottobre sul suo blog scrive: “Pensavo che la nuova legge sull’editoria confermasse semplicemente le norme esistenti, che da sei anni prevedono sì una registrazione ma soltanto per un ristretto numero di testate giornalistiche on line, caratterizzate da periodicità, per avere accesso ai contributi della legge sull’editoria. Va bene applicare anche ai giornali on line le norme in vigore per i giornali, ma sarebbe un grave errore estenderle a siti e blog.
        Ho sempre sostenuto questa tesi.
        Il testo, invece, è troppo vago sul punto e autorizza interpretazioni estensive che alla fine potrebbero limitare l’attività di molti siti e blog. Meglio, molto meglio lasciare le regole attuali che in fondo su questo punto hanno funzionato.
        Riconosciuto l’errore, si tratta ora di correggerlo. E sono convinto che sarà lo stesso sottosegretario alla Presidenza Levi a volerlo fare”.

        Il Ministro ha fatto un passo indietro…..!!!! Pericolo rientrato per noi blogger……!!!!!

        Per avere una panoramica più completa date un occhiata a questi siti:

         

        Blog in Azienda Marzo 6, 2008

        Archiviato in: utilizzi — mikkymouse @ 2:31 pm

        Come abbiamo detto in altri post, il blog è uno strumento utilizzato nei modi più svariati. Approfondedo questa ricerca in internet ci si rende conto che anche le aziende lo usano come strumento di marketing per rimanere in più stretto contatto con il proprio pubblico di clienti, utilizzatori e collaboratori, e un nuovo modo di esplorare nuove frontiere di interattività.
        Ci sono molti autori che si interessano a questo argomento e hanno scritto diversi libri utili alle aziende che vogliono implemetarlo nella loro struttura.

        Alcuni titoli sono:

        • R.Scoble e S. Israel,”Business blog. Come i blog stanno cambiando il modo di comunicare dell’azienda con il cliente”, traduzione di Mometto P., Il sole 24 Ore, Milano, 2007.
        • Debbie Weil, “Blog in azienda” traduzione di Leonardo Bellini, Marketing e vendite, 2007.

        fin’ora ho trovato solo questi due manuali che trattano di questo argomento, se ne trovo altri gli aggiungo….. promesso……!!!!!!!

         

        Blog e libertà di parola? Marzo 4, 2008

        Archiviato in: informazione — Antonella @ 3:57 pm
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        pechino

        Riporto il testo di questo articolo comparso ieri su Repubblica. L’argomento sono le prossime olimpiadi in Cina e la scarsa libertà di parola presente in questo Paese che decide di imbavagliare i bloggers alle soglie di questo evento internazionale.

        Ma quale blog per gli atleti. A pechino museruola per tutti

        di MATTIA CHIUSANO

        ROMA - Il blog con la museruola. Ci si aspettava qualcosa di meglio, ma alla fine le “Ioc Blogging Guidelines” hanno confermato che alle prossime Olimpiadi la libertà sarà limitata pure sul web. Non essendo possibile cancellarli, i blog sono stati semplicemente imbavagliati. Attenzione, le regole valgono per tutti, anche per i giornalisti.

        Esempio: un cestista al Villaggio Olimpico vede rientrare di notte un gruppo di lottatori un po’ brilli. Niente di grave, non si parla certo di violazione di diritti umani, un episodio del genere sarebbe divertente su qualsiasi blog. Ma a Pechino non si potrà inserire, perché i diari personali online “non dovranno in ogni caso contenere interviste con o storie su altre Persone accreditate”. Il sale del blog.

        Ora si capisce con quanta fatica abbia dovuto accettare l’innovazione il Comitato Olimpico Internazionale (Cio), che da sempre ha la pretesa di trasformare i Giochi in una cittadella blindata. Il connubio con i limiti all’informazione della Cina padrona di casa ha partorito il mostro.

        E’interessante sfogliare le pagine delle linee guida per gli accreditati alle Olimpiadi in programma dall’8 al 24 agosto.

        Al di là delle limitazioni resta ben poco. No alle interviste o alle storie su persone accreditate. No alla divulgazione di informazioni confidenziali o private su terzi, con un ovvio riferimento alla sicurezza dei Giochi. No ai diari scorretti o di cattivo gusto. Non viene specificato il criterio di giudizio: le immagini di una nuotatrice sotto la doccia, stile Laure Manaudou, porteranno ad una sanzione, al ritiro dell’accredito?

        Poi si apre il capitolo dei supporti audio e video, davvero interessante. Non è permesso divulgare suoni, immagini in movimento, sequenze di fotografie di qualsiasi evento olimpico. La finale dei 100 metri è di proprietà del Cio, nessuno lo mette in discussione, ma il divieto si estende un po’ a tutto, alle cerimonie di apertura e chiusura, alle premiazioni e a qualsiasi evento nelle zone a cui si accede con l’accredito o il biglietto d’ingresso. Siti d’allenamento, villaggio e centro stampa compresi.

        Il campione olimpico di maratona Stefano Baldini, appassionato di internet, non potrà mettere una sua foto mentre si lava i denti al villaggio? Almeno in questo, il Cio è stato magnanimo. Le immagini da fermo si potranno inserire, solo se non riguarderanno gare, cerimonie o premiazioni. Banditi ovviamente gli sponsor personali, e spazio solo ai dodici Top Partner del Cio. No ai pop-up, ai banner espandibili e a qualsiasi pubblicità che superi il 15 % dello schermo.

        Addirittura il termine “olympic” viene contingentato: non può apparire nel dominio (ipotesi: valentinavezzaliolympic. com) ma può essere inserito sotto altre forme (tipo valentinavezzali. com/olympic).

        Sarà benvenuta ogni ulteriore restrizione decisa dai comitati olimpici nazionali, ed i blogger saranno perseguibili a titolo personale, non solo col ritiro dell’accredito. Un panorama un po’ fosco, come l’inquinamento di Pechino.

         

        War blog Marzo 4, 2008

        Archiviato in: utilizzi — Antonella @ 3:17 pm
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        baghdad

        Abbiamo detto che i blog possono essere utilizzati per molti scopi e che hanno autori molto diversi. Negli ultimi anni sono nati diversi blog scritti da persone che vivono in prima persona gli attuali scenari internazionali di guerra. Un esempio sono i blog il cui tema centrale è l’Iraq. In questo caso possono essere blog di giovani iraqueni o di soldati impiegati in questa regione.

        Baghdad Burning è un blog scritto da una giovane ragazza iraquena a partire dall’agosto 2003, circa 5 mesi dopo l’inizio del conflitto. Si descrive semplicemente come una ragazza iraquena di 24 anni, che è sopravvissuta alla guerra e i suoi articoli raccontano la quotidianità del conflitto nel suo Paese, riportano riflessioni che non arriverebbero a noi, ad esempio già nel secondo articolo (in ordine cronologico) riflette sull’idea che all’estero si ha dell’Iraq, riflessione davvero interessante anche per un sociologo.

        L’altro blog che ho preso in considerazione è My War – Killing time in Iraq. Si tratta di un blog di un soldato dell’esercito americano, il quale ha deciso di scrivere per occupare il suo tempo, come dice anche nel titolo stesso che ha dato alla sua pagina. Gli articoli partono dal giugno del 2004, 8 mesi dopo il suo arrivo nel Paese. Questo blog è stato notato sia dalla National Public Radio sia da The Wall Street Journal.

        Entrambi questi blog parlano della guerra in Iraq, ma in realtà è come se parlassero di due guerre diverse. Per la ragazza è la propria quotidianità che viene stravolta, per il ragazzo è violenza e noia.

        Attraverso la blogosfera scorre un fiume di informazioni, alcune di esse vanno ben oltre quello che possiamo conoscere attraverso i giornali, di alcune non conosciamo l’attendibilità, ma siamo sempre sicuri dell’attendibilità di quello a cui crediamo? Gli esempi che ho riportato mi hanno fatto pensare a questo, a come è difficile dire di conoscere qualcosa o che i fatti siano sempre chiari e non opinabili. Potremmo cadere nel relativismo più assoluto e dire che c’è una realtà diversa per ciascuna persona e che non esistono mai notizie obiettive, ma credo che questo sia poco utile in verità. L’unica soluzione potrebbe essere quella di riflettere su quello che crediamo vero e sugli argomenti che ci hanno portato a questa relativa certezza.

         

        Creative Commons Marzo 1, 2008

        Archiviato in: generale — Antonella @ 3:17 pm
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        creative

        Le licenze Creative Commons offrono sei diverse articolazioni dei diritti d’autore per artisti, giornalisti, docenti, istituzioni e, in genere, creatori che desiderino condividere in maniera ampia le proprie opere secondo il modello “alcuni diritti riservati”. Il detentore dei diritti puo’ non autorizzare a priori usi prevalentemente commerciali dell’opera (opzione Non commerciale, acronimo inglese: NC) o la creazione di opere derivate (Non opere derivate, acronimo: ND); e se sono possibili opere derivate, puo’ imporre l’obbligo di rilasciarle con la stessa licenza dell’opera originaria (Condividi allo stesso modo, acronimo: SA, da “Share-Alike”). Le combinazioni di queste scelte generano le sei licenze CC. Creative Commons è un’organizzazione non-profit e le sue licenze sono utilizzabili liberamente e gratuitamente, senza alcuna necessita’ di contattare CC per permessi o registrazioni. Per quanto riguarda il materiale che possiamo pubblicare sul nostro blog, CC propone una licenza specifica per i testi e la presenza dell’apposita icona sulla pagina Web.

        Se non specificata alcuna licenza, vale quanto stabilito dalla nuova legge sul diritto d’autore appena modificata.

        Ad esempio i template di WordPress.com sono offerti sotto licenza CC, ma poi per quanto riguarda il materiale che verrà pubblicato molti blog, specie quelli ad uso personale, non contengono alcuna indicazione sul tipo di licenza dietro cui sono pubblicati. Alcuni servizi di blogging applicano politiche specifiche per quanto riguarda quelli che vengono definiti comportamenti “scorretti” ovvero quando un blogger si “macchia” della colpa di aver copiato anche interi articoli, in questo caso infatti il blog viene chiuso e può essere cancellato anche l’account dell’utente (vedi Windows Live Spaces).